Esperimento SOX: quando la fantasia supera la realtà, e fa danni

In questi giorni il caos sta investendo i laboratori dell’INFN del Gran Sasso, in Abruzzo. A seguito del dilagare dell’allarmismo, sostenuto anche da un servizio della trasmissione Mediaset Le Iene, nel consiglio regionale abruzzese è stata approvata all’unanimità una mozione per bloccare l’esperimento SOX. Ma com’è possibile che un programma di intrattenimento abbia un ruolo nel fermare un serio e sicuro esperimento scientifico di fisica nucleare? Prima di rispondere e di commentare la situazione, ricostruiamo ed analizziamo tutta la vicenda.

Cos’è LNGS

I Laboratori Nazionali del Gran Sasso sono uno dei quattro centri di ricerca dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN). Gli altri si trovano a Catania, Frascati (RM) e Legnaro (PA). I laboratori ospitano grandi infrastrutture e strumentazione a disposizione della comunità scientifica nazionale ed internazionale, focalizzata sullo studio dei costituenti fondamentali della materia e delle leggi che li governano, in particolare negli ambiti della fisica subnucleare, nucleare ed astroparticellare.

Fondato nel 1951 da gruppi di ricerca delle università di Roma, Padova, Torino e Milano, l’INFN consiste di 20 divisioni, 4 laboratori e 3 centri nazionali. All’INFN lavorano circa 1800 dipendenti, e circa 2000 dipendenti universitari e 1500 ricercatori collaborano nelle sue ricerche.

Cos’è SOX

Sul sito dell’INFN si può trovare una semplice spiegazione dell’esperimento SOX (Short-distance Oscillations with boreXino) :

“Si basa sull’utilizzo di un innovativo generatore di antineutrini che lavorerà in tandem con Borexino: un rivelatore di neutrini sensibilissimo grazie alla sua ‘radiopurezza’, ottenuta riducendo la radioattività naturale presente normalmente in tutti materiali, e grazie alla sua collocazione sotto i 1400 metri di roccia del massiccio del Gran Sasso, che lo schermano dalla pioggia di raggi cosmici.

Grazie alla sua radiopurezza, Borexino è oggi il miglior strumento esistente per lo studio dei neutrini, particelle che esistono in grande abbondanza, ma che hanno massa quasi nulla e sono prive di carica elettrica e quindi interagiscono pochissimo con la materia: per queste loro caratteristiche riescono a fornirci informazioni uniche per la comprensione del nostro universo. Borexino, in funzione ai LNGS dal 2007, ha ottenuto in questi anni risultati scientifici di primissimo piano, riconosciuti in tutto il mondo con pubblicazioni sulle principali riviste scientifiche, come Nature e Physical Review Letters.

Il lavoro di Borexino in tandem con SOX ha l’obiettivo di provare l’esistenza di un nuovo tipo di neutrino: il neutrino sterile, la cui scoperta darebbe un importantissimo contributo per la nostra conoscenza della natura. Infatti, se esistessero, spiegherebbero alcuni effetti che sono stati misurati in molti esperimenti nel mondo studiando i flussi di neutrini. Inoltre, potrebbero contribuire a chiarire il mistero della materia oscura nell’universo.

Il generatore di neutrini SOX, in fase di costruzione in Russia sulla base delle più aggiornate tecniche, sarà schermato da uno scudo di oltre due tonnellate di tungsteno. Questo scudo, fabbricato appositamente per SOX, garantisce la totale protezione per le persone e per l’ambiente: la bassissima radioattività residua viene completamente annullata dalla schermatura dell’alloggiamento in cui sarà collocato SOX.

Il progetto prevede l’installazione del generatore SOX in prossimità dell’esperimento Borexino, in un alloggiamento che ne garantisce, appunto, il suo totale isolamento rispetto all’esterno. L’obiettivo di SOX è, infatti, produrre solo ed esclusivamente antineutrini, perché anche la minima presenza di radioattività inquinerebbe i rarissimi segnali lasciati da queste particelle, oggetto di studio di Borexino. L’assenza di inquinamento da radioattività è una condizione necessaria per lo svolgimento di tutte le attività di ricerca ai Laboratori del Gran Sasso. Quindi, il totale isolamento dall’esterno del generatore di antineutrini è una condizione indispensabile per ragioni di salute pubblica e ambientali, ma anche scientifiche: se vi fosse anche la minima dispersione radioattiva, infatti, mancherebbero le condizioni per condurre gli esperimenti.

Il generatore è, quindi, totalmente sicuro anche in caso di incidenti di trasporto o incendi, come previsto dalle norme internazionali in materia, e può essere utilizzato senza alcuna precauzione particolare. Nessuna esposizione durante il periodo di attività dell’esperimento è dunque possibile, né per il personale dei Laboratori, né tantomeno per la popolazione e l’ambiente.
Solo le persone impegnate nelle attività di installazione del generatore nell’alloggiamento predisposto possono quindi essere soggette durante le operazioni a piccolissime dosi di radioattività, dosi di molto inferiori a quelle cui ciascuno di noi è soggetto quando si sottopone a una radiografia ortopanoramica dal dentista, a un esame mammografico, o viaggia su un volo intercontinentale da Roma a New York, durante il quale per via dell’altitudine è sottoposto a una più intensa radiazione cosmica.”

Cosa si è detto nel servizio de Le Iene

Il servizio andato in onda su Le Iene è sostanzialmente una sequela di imprecisioni scientifiche, confronti che fanno leva sull’emotività, e spezzoni di interviste estratti ad hoc per generare allarmismo. Fin dall’inizio il servizio si apre con un estemporaneo confronto con l’incidente di Fukushima, facendo leva proprio sul diffuso timore dell’energia nucleare, e prosegue poi con una serie di inesattezze o errori sul conto dell’esperimento e della radioattività in genere. Il servizio lo potete trovare qui.

Qual è la risposta dell’INFN

Dalla fantasia degli autori de Le Iene, la questione così malposta ha raggiunto il grande pubblico ed il consiglio regionale abruzzese, richiedendo l’intervento direttamente dei laboratori di ricerca:

“A seguito di notizie uscite sulla stampa negli ultimi giorni i Laboratori Nazionali del Gran Sasso precisano alcuni punti: non c’è stato difetto di istruttoria da parte dei Laboratori del Gran Sasso.

La richiesta di autorizzazione all’utilizzo della sorgente radioattiva è stata presentata seguendo le istruzioni di tale procedura, in particolare quella di fornire indicazione precisa del luogo ospitante la sorgente presso i Laboratori sotterranei del Gran Sasso. Questo è stato fatto con dettaglio e chiarezza. La procedura prevede poi il coinvolgimento delle altre Amministrazioni per valutare se l’istanza si pone in contrasto con altri interessi che possono precludere l’autorizzazione, o condizionarla con riserve o prescrizioni. Non c’è quindi alcun difetto di istruttoria imputabile ai Laboratori del Gran Sasso.

Il paragone con Fukushima
Il confronto, o anche la semplice associazione di idee, tra il disastro di Fukushima e l’esperimento SOX non si fonda su argomenti concreti né realistici, ed è un’operazione mediatica scorretta che ha come effetto quello di diffondere tra le persone uno stato di ingiustificato allarme.

  • A SOX non possono essere associati i rischi connessi a una centrale nucleare perché non è un reattore nucleare, e non può esplodere, neppure a seguito di azioni deliberate, errori umani o calamità naturali.
  • La sorgente di SOX è una sorgente, sigillata, come quelle che vengono usate, sia pure con una diversa potenza e differenti finalità, negli ospedali delle nostre città per eseguire esami diagnostici e terapie.
  • Una sorgente come quella di SOX non dipende da alcun sistema di controllo attivo (sia esso elettronico, meccanico o idraulico), e non può quindi in nessun caso “guastarsi” o “andare fuori controllo”.
  • SOX si basa su una sorgente che decade spontaneamente costituita da circa 40 grammi di polvere di Cerio 144, con una radioattività – al massimo – di 5,5 PBq.
  • La potenza termica della sorgente di SOX non è paragonabile a quella di una centrale nucleare. La sorgente di SOX ha la potenza termica di un ferro da stiro, 1200 Watt, contro 1.000.000.000 di Watt di un reattore. 
  • La polvere di Cerio 144 di SOX è sigillata in una doppia capsula di acciaio, che a sua volta è chiusa all’interno di un contenitore di tungsteno dello spessore di 19 centimetri, del peso di 2,4 tonnellate, realizzato appositamente per SOX con requisiti più alti rispetto agli standard di sicurezza richiesti, e in grado di resistere fino a 1500 °C.
  • Il contenitore di tungsteno è resistente a impatto, incendio, allagamento e terremoto, secondo studi rigorosi che sono stati svolti come previsto dalla legge e verificati dalle autorità competenti.
  • La sorgente dell’esperimento SOX, per il quale si è seguito con rigore tutto l’iter di autorizzazione previsto per legge per il suo impiego, rimarrà nei Laboratori il tempo necessario allo svolgimento dell’esperimento, cioè 18 mesi, dopodiché sarà riconsegnata all’Istituto francese che ne è proprietario. I Laboratori del Gran Sasso sono un’infrastruttura di ricerca. La presenza nei Laboratori di sostanze radioattive è legata alle attività in corso, durante le quali sono costantemente gestite in sicurezza.

Che cos’è accaduto ad agosto 2016
Parlare di “incidente” e “fuorisciuta di diclorometano” in riferimento all’evento che si è verificato nell’agosto 2016 è improprio. In quell’occasione è stata rilevata nell’acqua una concentrazione di diclorometano (DCM, un comune solvente) pari a 0,335 microgrammi/litro, e le analisi della AUSL l’hanno segnalata come un’anomalia. Tuttavia, questa concentrazione non ha rappresentato assolutamente una criticità: l’Organizzazione Mondiale della Sanità per le acque potabili raccomanda un limite di 20 microgrammi/litro. Questo raffronto dimostra che ci si è trovati di fronte a valori ben al di sotto dei limiti: 60 volte inferiori. La sostanza, sebbene in concentrazioni notevolmente inferiori ai valori limite, è stata efficacemente rilevata dal sistema di monitoraggio delle acque, e di conseguenza si è adottata una corretta scelta precauzionale che ha determinato la “messa a scarico” delle acque. Dunque, le concentrazioni estremamente basse di DCM non hanno determinato alcuna contaminazione. L’acqua potabile immessa in rete in quei giorni non ha mai rappresentato un pericolo per la salute pubblica. In quei giorni erano in corso nei Laboratori operazioni di pulitura con diclorometano di alcuni cristalli di un esperimento, operazioni che erano già state condotte in precedenza seguendo gli stessi protocolli, e che non avevano mai portato alla presenza di diclorometano nelle acque.

L’episodio di maggio 2017
I Laboratori vogliono anche ribadire la loro estraneità rispetto a un episodio verificatosi nel maggio 2017 quando, a seguito di una disposizione del SIAN dell’AUSL di Teramo, il 9 maggio è stata dichiarata la sospensione dell’uso a fini potabili delle acque in uscita dal Traforo del Gran Sasso, a seguito dei prelievi effettuati il giorno 8 maggio che ne rilevavano la non conformità per odore e sapore. In quei giorni l’acqua captata nell’area dei Laboratori non veniva immessa nell’acquedotto. È quindi impossibile che questo episodio sia da ricondurre alle attività dei Laboratori e nessuna responsabilità si può quindi imputare ai Laboratori. Oltretutto, dai monitoraggi costantemente eseguiti durante quei giorni dai Laboratori, le acque di scarico in uscita sono sempre risultate pulite e assolutamente conformi ai requisiti previsti per le acque potabili.

I Laboratori e la captazione

  • La captazione è stata realizzata successivamente alla costruzione dei Laboratori. Durante i lavori di costruzione dei Laboratori, all’inizio degli anni ’80, sono state individuate falde acquifere, le cui acque sono state inizialmente convogliate a scarico, per evitare allagamenti all’interno dei Laboratori. In seguito, tali acque sono risultate di una qualità apprezzata per fini potabili ed è stato deciso da parte delle Istituzioni competenti di utilizzarle per l’approvvigionamento idrico. La costruzione dei Laboratori del Gran Sasso è quindi precedente alla realizzazione della captazione.
  • Circa 80 l/s delle acque captate nell’area dei Laboratori confluisce nell’acquedotto rispetto agli 800 l/s complessivamente prelevati dall’acquedotto dal versante occidentale della falda acquifera del Gran Sasso. Il 90% delle acque provenienti dal Gran Sasso sono captate lungo l’autostrada.
  • I Laboratori sono dotati di un sistema di gestione ambientale nel rispetto dei relativi standard internazionali, e rispettano la zona di tutela assoluta (10 metri) prevista in materia ambientale dall’articolo 94 del Decreto Legislativo n. 152 del 3 aprile 2006. Per quanto riguarda la zona di rispetto (200 metri), poiché l’infrastruttura dei Laboratori sotterranei è anteriore all’entrata in vigore del decreto legislativo e con evidenza non è possibile il suo allontanamento, l’Istituto è continuamente impegnato a garantire la messa in sicurezza delle proprie attività, rendendosi da sempre disponibile ad attuare ulteriori miglioramenti, ove necessari.
  • La valutazione della qualità dell’acqua potabile captata dal Gran Sasso non è chiaramente di pertinenza dell’INFN. I controlli su tali acque sono effettuati dalle autorità competenti. L’Istituto comunque monitora di continuo esclusivamente le acque convogliate a scarico con strumentazione altamente tecnologica (spettrometro di massa) e recentemente si è dotato di un secondo spettrometro per garantire la ridondanza delle misure e la possibilità periodica di calibrare gli strumenti (fase in cui lo strumento non è in misura).”

Cosa è successo al consiglio regionale

Il 22 novembre è stata approvata all’unanimità in Commissione Attività produttive la risoluzione del Movimento 5 Stelle che chiede il blocco immediato e definitivo dell’esperimento radioattivo SOX nei laboratori. Questa risoluzione impegna il presidente e la giunta tutta della Regione Abruzzo a mettere in campo tutte le azioni necessarie per interrompere e bloccare in modo definitivo, senza se e senza ma, l’esperimento. L’autorizzazione dell’esperimento era stata rilasciata dalla regione due anni fa.

Nel comunicato pubblicato sul sito della regione Abruzzo, il Consigliere Riccardo Mercante afferma “della sua pericolosità abbiamo già argomentato precedentemente, così come dell’assoluto silenzio della Regione relativo all’autorizzazione rilasciata già due anni fa. Abbiamo messo in campo ogni azione possibile dentro e fuori dal palazzo per bloccare questa pericolosa operazione. Alle nostre numerose battaglie si aggiungono anche le dichiarazioni rilasciate dal direttore dei laboratori dell’INFN alla trasmissione le Iene: “Siamo noi nel posto sbagliato se li c’è la captazione dell’acqua”…ed ancora “Come direttore di laboratorio se potessi decidere di non erogarla sarebbe un grande sollievo per me”. Questo Governo Regionale non può continuare ad operare in questa direzione mettendo a rischio un patrimonio acquifero immenso e la salute di 800.000 cittadini. L’esperimento radioattivo deve essere immediatamente bloccato revocando qualunque tipo di autorizzazione data in precedenza.”

Cosa ne pensiamo noi

Per trattare la questione, vorremmo partire da un commento Facebook trovato su un comunicato dell’ANSA pubblicato in proposito:

Questo commento secondo noi riassume tutta la questione, perché ha ragione. Decenni di totale disinteresse nei confronti della comunicazione scientifica (fatta eccezione per qualche raro caso), hanno fatto sì che il ruolo dello scienziato nella società sia quello del “maghetto che pensa solo al suo successo”, una sorta di stregone del villaggio, di tipo strambo che si diverte con cose incomprensibili. Una figura affascinante e pericolosa allo stesso tempo. Ma la scienza, ed il ruolo degli scienziati, non dovrebbe essere questo: la scienza è condivisione, è cooperazione. Ogni scoperta scientifica è una vittoria per tutta l’umanità, non solo per il team di ricercatori che vi ha preso parte.

Serve un ponte tra il mondo della ricerca e quello esterno ad essa, e secondo noi questo ponte si chiama comunicazione. I ricercatori, i dipartimenti delle università, gli istituti di ricerca, devono utilizzare una parte delle loro energie per la comunicazione dei risultati ottenuti, dei progetti, del lavoro di ricerca: questo è necessario se si vuole evitare di incorrere in incidenti come questo, è necessario per far capire quale è davvero il ruolo dello scienziato nella società.

La nostra comunicazione, però, ancora zoppica, ed il caso televisivo è esemplare. Fatta eccezione per qualche rara trasmissione, come SuperQuark su Rai1 e C’è Spazio su Tv2000, la scienza è quasi totalmente assente dai palinsesti, se non in forme devianti, con documentari che puntano molto più a far dire “wow” allo spettatore che a fargli capire come funziona il metodo scientifico. Non stupisce quindi che si dia adito a pessimi servizi come quello andato in onda su Le Iene.

Ma forse il problema è ancora più radicato. Fin dalle scuole inferiori passa il messaggio che la matematica e la scienza siano una cosa “da cervelloni”, che solo pochi e selezionati adepti possono affrontare veramente e con successo. Spesso la scienza viene insegnata come una serie di nozioni di origine misteriosa più che come un metodo di indagine della realtà.

Cosa si può fare

Parlare di scienza e di metodo scientifico. Comunicare, diffondere ed imparare. Questi sono gli unici modi per far penetrare davvero nell’opinione pubblica il metodo scientifico: non è necessaria una laurea in fisica nucleare per capire che è un’operazione scorretta fare e diffondere affermazioni come quelle de Le Iene senza il rigore metodologico che la scienza impone. Chiunque studi una materia scientifica o è appassionato di scienza dovrebbe cercare di fare uno sforzo in tal senso: condividendo, parlando e diffondendo quello che ha imparato del metodo scientifico, nella vita di tutti i giorni.

Sulla piattaforma Change.org è stata avviata una petizione per richiedere la prosecuzione dell’esperimento SOX. Un piccolo e rapido gesto per manifestare la propria contrarietà al provvedimento.

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I raggi gamma sono

2 pensieri riguardo “Esperimento SOX: quando la fantasia supera la realtà, e fa danni

  • novembre 30, 2017 in 9:35 am
    Permalink

    Grazie: una spiegazione da divulgare.
    Ce ne è bisogno per questo caso specifico e non solo, come evidenziato nel commento allegato nella seconda parte dell’articolo.
    A titolo di esempio vale la pena ricordare i commenti di alcuni quotidiani ai pioneristici esperimenti con i LASER: polemizzavano sul fatto che si lasciassero giocare alcuni ricercatori con “luci colorate” per dar libero sfogo alla loro capricciosa curiosità.

    Risposta
    • novembre 30, 2017 in 9:50 am
      Permalink

      Grazie per i complimenti Stefano, noi cerchiamo solo di fare la nostra piccola parte, perché ci piace giocare con le luci colorate e vogliamo far capire a tutti il perché 🙂

      Risposta

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